Discorso di saluto di padre Crespi ai confratelli in partenza da Torino per le Missioni (10 ottobre 1926)

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Santuario Maria Ausiliatrice in Valdocco

Domenica, 10 Ottobre, come già abbiamo annunziato, un nuovo drappello di Missionari Salesiani e di Suore di Maria Ausiliatrice si sono raccolti ai piedi della Madonna, nel Santuario di Valdocco, per la funzione d’addio. Erano più d’un centinaio, destinati nei vari centri di missione, da raggiungere il più presto, per rinforzare le file dei fratelli che già lavorano sul campo dalla Provvidenza assegnato ai Figli di Don Bosco. La solenne e commovente cerimonia ha richiamato, come ogni anno, un’imponente folla di fedeli fatta in gran parte di Cooperatori, di Cooperatrici, di amici, di ammiratori e di benefattori dell’Opera Salesiana, desiderosi di dare, col saluto e l’augurio, il sincero attestato di stima e venerazione ai Missionari Salesiani pronti a mettersi in cammino.
«Vieni e seguimi» ha detto un giorno Gesù a Pietro: «lascia la barca, lascia le reti». Pietro ubbidì. Con Pietro, Filippo, Andrea… Ai dodici, venuta l’ora, Gesù ha detto: «Andate, vi ho scelti, ho scelto voi, perchè andiate e portiate frutti, e i vostri frutti rimangano!». Gli Apostoli si dispersero, ma la loro fu una feconda e rinnovatrice dispersione.
Così ha fatto e fa Don Bosco: chiama: « venite! » e poi, nel nome di Dio, pel trionfo del suo Regno, manda: « andate! ». Avanti!
Il seme cade, sotto gli occhi del divino Padrone del campo e della messe. Germoglierà. E questa la speranza, che anima quelli che vanno, che conforta quelli che restano, sempre disposti a cooperare con tutte le forze e i mezzi in ispirito di fraterna carità con quelli che sul campo combattono e vincono pel trionfo di Gesù Cristo Re.
La voce dell’apostolo. Questa speranza brillava, la sera del 10 ottobre, negli occhi dei cari missionari pronti al distacco; illuminava il volto calmo e sereno e la gioia commossa delle generose Figlie di Maria Ausiliatrice, destinate a portare il sorriso della fede e della carità alle pecorelle lontane. Questa speranza risuonò viva e sicura nella parola ardente, animatrice e confortatrice dell’ardimentoso Missionario dei Kivari Don Carlo Crespi.

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Nasce a Caramagna (Cuneo-Italia) il 23 marzo 1846 Muore a Bernal (Argentina) il 9 settembre 1921

Cantati i vespri, Don Crespi salì sul pergamo, e, con accenti di profonda commozione, così incominciò.
“Era l’11 novembre dell’anno 1925, giorno sacro in tutto il mondo salesiano, per la celebrazione del cinquantenario memorando, e noi, missionari dell’Equatore, lo volemmo festeggiare, non con bandiere, non con canti, non con tripudi solenni, ma coll’introdurre nelle Missioni quelle ancelle di carità, che sono le Suore di Maria Ausiliatrice. Iniziammo perciò una di quelle faticose escursioni che valgono centinaia di giorni di digiuni e di penitenza, e migliaia di colpi di disciplina.
Partiti di buon mattino, e varcata l’alta Cordigliera flagellata dai venti, verso sera arrivammo al primo tanko, un gran caseggiato di legno in piena foresta e dedicato al grande apostolo Monsignor Costamagna. Stanchi, colle membra rotte, intirizziti dal freddo, sdraiati per terra come soldati al campo, ci unimmo in spirito ai grandiosi festeggiamenti di Torino e ci pareva, o Vergine Santa, di vedere la tua Sacra Effige tra lo splendore di centinaia di luci, ci sembrava di udire come trasmesse da spiriti invisibili un coro sublime di angeli osannanti alla tua gloria, ed un grande vegliardo, il più grande dei missionari salesiani, il Cardinale Cagliero, imporre ad una eletta schiera di apostoli il Crocifisso della Redenzione e ripetere colla maestà di Gesù, agli Apostoli: euntes docete omnes gentes, baptizantes eos in nomine Patris, et Filii et Spiritus Sancti.
Momenti solenni di pace e d’amore, di gioia interna sublime, di dolce nostalgia, sacra partecipazione di un’infinita serie di trionfi, che Dio ha decretato per l’esaltazione dei suoi servi fedeli. E chi di noi avrebbe mai potuto immaginare che a distanza di pochi mesi i nostri cari superiori avrebbero organizzata una documentazione così bella di opera missionaria, e che, dopo il supremo sforzo dell’anno scorso, aprissero già un secondo cinquantenario con l’invio di ben altri 70 generosi apostoli, pronti ad accorrere in aiuto delle migliaia, che già combattono le sante battaglie del Signore?”

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Card. Giovanni Cagliero, nato 11 gennaio 1838 a Castelnuovo d’Asti, morto il 28 febbraio 1926 a Roma

A questo punto l’oratore rievoca la memoria del compianto Card. Cagliero, scomparso, ma vivo ancora nella fecondità dell’Istituto che da lui prende il nome e che, con le sue vigorose opere sussidiarie sparse in tutte le parti d’Italia ed anche fuori, ha potuto già inviare all’estero, in tre anni, ben 150 missionari e circa 800 ne sta formando: 800, che, come colombi ambasciatori della Buona Novella, ansiosi aspettano lo squillo di tromba per volare a quel nido, che è diventato il centro delle loro nobili aspirazioni.
Parla del rapido sviluppo delle Missioni Salesiane e di due nuovi campi d’apostolato accettati, proprio in questi giorni, nella valle dell’Orenoco e a Puerto Vello (Brasile), e delle vive suppliche provenienti dall’India e dal Siam per l’inizio dell’Opera di D. Bosco. E continua:
Permettete che io approfitti di questa grazia speciale che mi ha fatto il Signore, per parlare della missione alla quale sento un vivo affetto di predilezione, la missione dei Kivari nell’Equatore“.

Il calice della salvezza.
Don Bosco una sera del 1887, già vecchio cadente, volle discendere nel Santuario dell’Ausiliatrice per l’ultimo abbraccio fraterno ai Missionari che si recavano nell’Equatore, e nell’ultima lettera ai benefattori, nel gennaio del 1888, annunziava la nuova fondazione, ed aggiungeva che i missionari avrebbero estesa la loro azione a migliaia di selvaggi sparsi nella grande foresta amazzonica. Infatti, nel 1890 i primi missionari fondavano la prima Casa sotto i migliori auspici; ma subito dopo sopraggiungeva il vaiolo, che faceva strage tra i selvaggi, nel mentre si spargeva la voce che l’avevano portato i figli di Don Bosco. E una sera di dicembre, mentre tutti stavano in Chiesa cantando il Magnificat – era la novena di Natale – s’ode una voce lugubre e lamentevole: – Al fuoco! al fuoco!

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Indios Shuaras tratti dal lungometraggio del 1926 di Don Carlo

Tre selvaggi della Kivaria di Ramon approfittando dell’oscurità della notte, mentre nella chiesa si svolgevano i Sacri Riti, incendiarono la gran casa di legno dei missionari. In un baleno il fuoco prese proporzioni gigantesche. Il vento lanciava le fiamme contro la Chiesa, minacciando di tutto distruggere. Nell’ora tragica il Missionario Padre Francisco piglia con fede ardente l’Ostensorio e le Sacre Specie e si volge verso le fiamme. Iddio benedetto ebbe compassione e la sua casa fu risparmiata; ma intanto ormai le fiamme avevano distrutto ogni cosa. Potete immaginarvi il momento terribile di tristezza, di povertà e di ansia pel futuro.
Narrato questo drammatico episodio, l’oratore passa a descrivere una tragica scena svoltasi fra gli stregoni di Arapicos e conclude rievocando con grande commozione la sua prima partenza per le Missioni.

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Don Carlo sul Piroscafo “Venezuela” il 22 marzo  1923 (a 31 anno) parte per l’Ecuador

L’inno della riconoscenza.
Ricordo la mia partenza da Genova il 22 marzo dell’anno 1923. Dopo tante lotte e tanti dolori per trionfare della mia vocazione, mi sembrava ancora impossibile di poter realizzare l’ideale che segretamente nutrivo nel cuore da anni. Quando, tolti i ponti che ancora ci tenevano avvinti alla terra natia, il bastimento incominciò a muoversi, l’anima mia fu pervasa da una gioia così travolgente, così sovrumana, così ineffabile, che tale non l’avevo mai provata in nessun istante della mia vita, neppure nel giorno della mia prima Comunione, neppure nel giorno della mia prima Messa. In quell’istante cominciai a comprendere che cosa era il missionario e che cosa a lui riserbava Iddio. Molti intorno a me piangevano dirottamente. I fazzoletti sventolavano, salutando. Su centinaia di volti si leggeva il profondo dolore della separazione. Nessuno, credo, aveva in quell’istante, come me, il cuore così traboccante di gioia. Eppure io aveva lasciata una madre e dei fratelli carissimi; lasciavo la culla della Congregazione, lasciavo dei superiori tanto cari, sapevo di non andare ad una festa, ma nell’ignoto, in una regione ove tanto avrei sofferto; eppure ricordo che, non potendo più resistere alla gioia, e trattenere un inno di riconoscenza al Signore, sgorgante da tutte le fibre del mio essere, scesi nella deserta sala dei concerti, mi sedetti al piano, ed intonai un grandioso pezzo lirico che tutta interpretasse la infinita gioia del mio cuore. Pazzia ? Sì, santa pazzia, incomprensibile per coloro che mai hanno sentito il sorriso di Dio; non però per i missionari, che hanno ascoltato le mistiche parole di Gesù e che per un ideale divino hanno saputo abbandonare tutti gli ideali mondani.
Tra pochi istanti una nuova schiera di missionari da questo Tempio, come già dal Cenacolo Santo, si disperderà per tutte le parti della terra. O tutti voi, che qui mi ascoltate, pregate fervidamente, affinché Iddio ci conservi la santa vocazione e ci renda degni della nostra santa missione; affinché nessuna perisca delle anime, che nei suoi eterni decreti Iddio ha voluto che si salvassero per mezzo nostro, affinché ci faccia baldi campioni della fede, fino alla morte, fino al martirio”.

Terminata la conferenza, che fu seguita con profonda commozione dall’uditorio, l’Arcivescovo di Torino, Mons. Gamba, impartì la Benedizione col SS. Sacramento. Quindi, recitate le preghiere dei pellegrinanti, procedette all’imposizione del Crocifisso a tutti i missionari partenti e loro rivolse una fervida allocuzione. Saluti di Padre Crespi

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