Don Carlo Caritatevole, Obbediente e Prudente nelle situazioni di conflitto – parte seconda (da “Lectura crìtica de las cartas del Siervo di Dios P. Carlos Crespi”)

2007-12-05 14.02.24
Cuenca negli anni 20/30

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Mons. Comin era in disaccordo con P. Crespi perché Cuenca è una città che si trova fuori del Vicariato. Così don Carlo aveva scritto a don Berrutti: “La informo di una piccola difficoltà: Monsignore teme che l’aver dedicato energie alle due case di formazione sia in danno delle opere interne. L’avverto che le opere interne continuano con gran entusiasmo e i finanziamenti sono pronti a finire la “Missione modello” (Cuenca, lettera a don Berrutti, incompleta, pag. 2).
D’altra parte, P. Crespi teneva dei fondi per le opere missionari che, apparentemente, li indirizzava secondo un suo criterio personale come si può evincere da alcune lettere. Per esempio, così egli scrive a Monsignore: “Per il viaggio dei missionari, mi faccia sapere quanto vuole per poterla aiutare, mettendo qui, a sua disposizione, i soldi” (Cuenca, lettera del 10/06/1934 a Mons. Comin, pag. 2).
Per rafforzare il suo punto di vista, il giorno seguente don Carlo scrive al Superiore Maggiore: “In questo momento il nostro territorio è stato invaso da una turba di coloni che hanno pensato di risolvere il problema della vita con la ricerca dell’oro e con l’agricoltura. Per la salvezza di tante anime e per la responsabilità spirituale di questo territorio che la Santa Sede ci ha incaricati e della quale si deve e si darà conto, mi permetto di ribadire nuovamente un piano di lavoro che mi sembra fattibile e di sicura riuscita. Due centri responsabili e di sviluppo in Cuenca, sezione che sebbene fuori del Vicariato, è molto centrale e base importantissima di approvvigionamento, di formazione del personale nonché di valorizzazione del lavoro missionario, mediante la gelosa custodia degli archivi, statistiche, ecc., in un Museo. È impossibile che le Missioni possano progredire dal lato agricolo e professionale se non vi è in Cuenca un vero centro tecnico che diriga e che consigli …” (Cuenca, lettera dell’11/06/1934 a don Ricaldone).

Una delle grandi accuse che sono state fatte al P. Crespi fu che realizzava in modo del tutto autonomo. A tal proposito così risponde don Carlo: ” Dire che P. Crespi abbia tutto quello che chiede senza nessun controllo, anteponendo sempre la parola del Rettore Maggiore, mi sembra una esagerazione degli informatori” (Cuenca, lettera del 19/02/1939 a don Ricaldone, pag. 2).
D’altra parte, Mons. Comin, era convinto che si spendeva troppo nelle opera di Cuenca trascurando gli aiuti per le missioni del Vicariato, e in questo modo si sottraeva il denaro che era destinato al lavoro missionario nell’oriente missionario.
Don Carlo spiega così il crescente malessere di Monsignore: “Il risentimento di Monsignore, valutato con calma in questi giorni, tanto dal Sig. Ispettore quanto dal sottoscritto, è basato su un punto giuridico: Il Reverendissimo Vicario Apostolico, anche ammettendo che io possa, con la debita autorizzazione del Sig. Ispettore raccoglier fondi per le vocazioni missionarie e per pagare gli studi dei seminaristi di teologia in italia, nega che io possa avere dei benefattori particolari per completare l’Istituto Cornelio Merchan, che secondo lui, pur appartenendo alla Casa centrale delle Missioni, non è opera del Vicariato e solo indirettamente può servire per il Vicariato” (Cuenca, lettera del 14/03/1939 a don Ricaldone, pag. 2).
In mezzo a questa situazione di conflitto, don Carlo accetta sempre la sua condizione di religioso salesiano che segue la dinamica della sua casa religiosa: osserva le Costituzioni della Congregazione e sta sottomesso all’autorità dei  suoi superiori.
Così si presenta scrivendo al Superiore Maggiore:
” Dal 1932 in poi, non mi sono mai mosso da questa Casa Centrale delle Missioni e ho partecipato come qualsiasi altro salesiano alla vita della medesima sotto gli occhi del Sig. Ispettore, e consultandomi con lui per gli incarichi speciali datimi da lui, per la costruzione dello Studentato filosofico, della Scuola di Arti e Mestieri e della Scuola Agricola, e con il Sig. Direttore locale per il mio ministero nel Santuario e per qualsiasi altra opera propria della stessa casa, ministero sempre disciplinato dalle regole  e dalle decisioni assunte nel Capitolo e nelle riunioni del confratelli” (medesima lettera, pag. 4).
Inoltre, don Carlo manifesta una gran libertà interiore che gli permette di essere disponibile perfino a un cambio di Ispettoria e del luogo di lavoro. Ciò emerge da una delle sue numerose lettere al Rettore Maggiore, nella quale afferma che “appena il Sig. Ispettore giudichi opportuno il mio trasferimento da questa Ispettoria, e una volta che avrò sistemato i conti e il passaggio delle proprietà, i Superiori dispongano di me come vogliono  e come credano più utile per prepararmi ad una santa morte” (stessa lettera pag. 4).

Questo spiega che questo clima di incomprensioni e di critiche porterà P. Crespi ad abbandonare il Vicariato per concentrarsi nelle opere missionarie di Cuenca, dando al suo lavoro l’indirizzo di propaganda per le vocazioni missionarie. Nel 1939 don Carlo continua scrivendo così: “Sono sei anni che ho abbandonato la vita di propaganda per chiudermi tra le pareti del confessionale e in una modesta cella, dove la propaganda produce una media giornaliera di quattrocento lire; solo in questo anno, nell’opera da Lei tanto amata delle vocazioni missionarie si sono raccolte più di centomila lire” (Cuenca, lettera del 19/02/1939 a don Ricaldone, pag 2).

don Carlo e don Corso_0016
Don Carlo con l’amico e Ispettore Padre Corso

Nella questione economica,  quando P. Crespi parla delle “vocazioni missionarie”, di riferisce alle opere di Cuenca, come la scuola Agricola, e la Scuola di Arti e Mestieri, la Casa Centrale delle Missioni e le case di formazione come il Noviziato e l’aiuto economico ai seminaristi che studiano teologia in Italia, ai quali don Carlo assicura le risorse economiche, con il consenso del P. Ispettore. Quindi i soldi non vanno al Vicariato dove si trova mons. Comin. Nella mentalità di P. Crespi le opere di Cuenca sono finalizzate ad acquisire vocazioni missionarie. Alla ricerca di una soluzione per le difficoltà, così continua: “Con il Sig. Ispettore P. Corso in poco tempo abbiamo concluso un accordo, e anche con Monsignore si è parlato in lungo e in largo e credo che si sia convenuto che non è un furto alla Missioni il denaro che don Carlo raccoglie per le vocazioni missionarie e consegna al Sig. Ispettore” (stessa lettera pag. 2-3).

La citazione di gran parte di questa lettera ha lo scopo di illustrare compiutamente il pensiero di P. Crespi circa questo acuto problema  tra Ispettoria e Vicariato, dove le elemosine raccolte diventano una questione delicata. Finalmente, padre Crespi tenta di riassumere alcune conclusioni:
“Come conclusione di questo piccolo sfogo filiale, dichiaro:

  1. Le sarei molto grato (don Ricaldone) se suggerisse al Reverendissimo P. Corso, Ispettore, di esaminare la mia pregressa situazione, con calma e tranquillità, per accertasi se certe informazioni arrivate a Torino avessero un fondamento di verità o se, invece, furono molto spesso esagerate o dettate da un momento di nervosismo o di passione.
  2. Accetto tutte e soltanto le decisioni che il Reverendo Padre Ispettore don Corso vorrà stabilire nei miei confronti, come Lei mi suggerisce: salesiano come tutti gli altri, con quelle direttive che vorrà darmi, tuttavia senza nessuna carica; a me basta avere molto lavoro, soprattutto spirituale.
  3. Inoltre, nonostante l’assoluta dipendenza dall’Ispettore, se dovessero sorgere ancora vere difficoltà da parte di Monsignore, sarà mia premura informarla. Con l’aiuto di Dio, posso rispondere del lavoro che mi affiderà il Sig. Ispettore, ma non dell’interpretazione che Monsignore vorrà darvi; ad ogni modo abbiamo con noi un Ispettore responsabile che la terrà informato di tutto, e Monsignore che già non ha nulla a che vedere con me, spero che mi lasci in pace.
  4. Vedo davanti a me un vastissimo campo di lavoro non solo nel Santuario, ma anche nella Scuola di Arti e Mestieri, nella scuola Agraria e nel Noviziato,  ma soprattutto nell’opera principale della propaganda per il mantenimento di venti e più seminaristi di teologia in Italia, e come non entusiasmarmi con il sacrificio e con l’umile e obbediente lavoro per aiutare il Sig. Ispettore? È stato necessario aver sofferto per 17 anni per poter sentire tutta la bellezza di questo programma” (medesima lettera pag. 3-4).

 La relazione di P. Crespi con Mons. Comin era variabile, perché in generale tenevano una mutua e cordiale accettazione reciproca, anche se il Vicario Apostolico aveva dei momenti di reazione virulenta: A detta di don Carlo con Monsignore, “vi era bel tempo per quasi quattrocento giorni e tempeste di pochi giorni con forti lettere a Lei (don Ricaldone) a don Giraudi, ecc. seguiti dalla più completa calma perché io raramente perdo la calma” (Cuenca, lettera del 20/02/1939 a don Ricaldone).

Come degno corollario di tutta questa situazione complessa e conflittuale lo stesso Rettore Maggiore, don Ricaldone, scrive a don Carlo: “Cosa devo dirti? Che il Signore effettivamente ti mette alla prova per aumentare i tuoi meriti per il Cielo. Sono felice e commosso di vedere che accetti e porti la croce con generosità. Coraggio!” (Torino, lettera del 25/03/1939, pag. 1).
Praticamente con questa lettera viene sancita la separazione di P. Crespi dal Vicariato per rimanere a Cuenca, sotto la giurisdizione del Padre Ispettore. Nella medesima lettera il Rettore Maggiore aggiunge: “Tuttavia sono contento di constatare che i tuoi rapporti con l’Ispettore sono cordiali e filiali. Molto Bene. Se starai sempre unito a lui, tutto andrà bene. Naturalmente evita qualsiasi interferenza o isolamento, che possa dar luogo a reclami. Ancora, adesso che devi dipendere solo dall’Ispettore, spero che tutto risulti più facile. L’essenziale è che da queste cose tu tragga abbondanti  frutti per la tua anima” (medesima lettera del Rettore Maggiore, pag. 1).

Così si capisce come P. Crespi, con vero spirito cristiano e religioso, cambia la direzione del suo apostolato e il suo raggio di azione. Lascia la sua subordinazione al Vicariato di Mendez e Gualaquiza e un diretto impegno missionario,  per concentrarsi  nella propaganda per le vocazioni missionarie mediante le opere che va fondando e organizzando nella città di Cuenca, dove risiederà per molti anni (43) fino alla morte.

In questi 17 anni di sofferenza interiore lo Spirito del Signore lo ha forgiato e modellato, a volte con lo scalpello a volte con il cesello, lungo il cammino della santità.

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