Don Carlo è chiamato a tenere il discorso di chiusura dell’Esposizione Missionaria di Torino (che si è tenuta dal 16 Maggio al 6 Ottobre 1926 per il 50° delle missioni salesiane).

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Piroscafo “Venezuela” sul quale partì nel 1923 P. Crespi e che riprese nel 1926 per portare il materiale dell’Esposizione Missionaria di Torino

Nel primo semestre del 1925, avido di foreste, era di nuovo nel cuore dell’Oriente ecuadoriano per immergersi nello studio della lingua degli indios della regione Sucùa-Macas. Nel mese di agosto affrontò “trattative con il Governo ecuadoriano per ottenere un forte sussidio alla costruzione della strada Pan-Mendez” e avviò altre iniziative al medesimo scopo. Stava già per partire per Torino quando ricevette da Valdocco un cablo: “Portaci animali vivi”.
Sospeso il viaggio – annotò nei suoi diari – si organizzò la difficile raccolta di uccelli ed animali rari: il 14 marzo 1926 quaranta gabbie venivano imbarcate sul piroscafo “Venezuela” a Guayaquil per Genova, che arrivarono felicemente a Torino il 24 aprile con una buona dose di animali vivi e con numerose casse di oggetti etnografici. I superiori mi occuparono nell’Esposizione fino a Luglio In agosto incomincia le conferenze per conto della Missione dell’Ecuador e partecipai al Congresso Americanista di Roma con due conferenze scientifiche”.

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P. Crespi nel 1926 quando tenne il discorso di chiusura dell’Esposizione Missionaria di Torino

In funzione dell’impegno profuso da don Carlo nella raccolta del materiale per l’Esposizione Missionaria Internazionale voluta da Pio XI per l’anno santo, prima, e per l’Esposizione Missionaria Salesiana a Torino, poi, i superiori gli chiesero di tenere il discorso ufficiale nella cerimonia di chiusura. La bella Esposizione, inaugurata solennemente il 16 maggio con l’intervento di S. A. R. il Principe di Piemonte, delle Autorità civili, militari e religiose, si è solennemente chiusa – dopo aver visto passare nelle sue sale più di 300 mila visitatori – la mattina del 6 ottobre alla presenza di S. A. R. il Duca di Genova con la partecipazione di tutte le Autorità e di una fitta folla d’invitati. Cessati gli applausi che hanno coronato la chiusa dell’elevatissimo discorso del Senatore Rebaudengo, compare, festeggiato da tutti i presenti, l’intrepido missionario dei Kivaros don Carlo Crespi, per trattare il tema importantissimo «L’Esposizione e i Missionari». Il suo discorso, che riportiamo qui di seguito, fu seguito con interesse crescente e indicibile godimento.

“Altezza Reale, Eccellenze, Signore, Signori.
Era il 27 luglio 1924, l’ultimo giorno di un viaggio avventuroso durato alcune settimane a piedi e a cavallo nella regione Amazzonica, e finalmente una trentina di casse contenenti materiale, destinato all’Esposizione Missionaria Internazionale di Roma e, successivamente a quella di Torino per il 50° delle missioni salesiane, sarebbero arrivate al sicuro alla stazione ferroviaria di Huigra, mentre io con un indio e due mule me ne andavo ancora per le erte pendici del Azuay trasportando le lastre fotografiche ed il materiale più prezioso. Viaggio pittoresco per un ardimentoso amante della natura, ma ben duro per il 99 per cento degli uomini. Ormai la terribile zona del Curikinga e le ventose lande erano passate, e verso il tramonto, vinta l’immane cordigliera, ci era apparsa in tutta la sua infinita bellezza, la grande, l’interminabile, l’infinita pianura volgente alla costa del più pacifico degli oceani. Sopra l’orizzonte, un colossale disco rosso vivo dell’ultimo sole illuminante in un’infinita gamma di colori argentei, rossi, azzurri, chilometriche strisce di nubi, dalle più bizzarre forme fantastiche, e sotto ancora, un oceano evaporescente simulante milioni e milioni di bianche pecorelle semoventisi nel roseo sfondo d’argento. Spettacolo bello, fantastico, affascinante. Ma ormai il grande astro era scomparso e grossi nuvoloni erano passati dal roseo argenteo ad un cupo nero, presagio certo del sinistro che ci avrebbe sorpresi nell’oscurità della notte.

Mezzanotte fatale. Arrivati a S. Rosa, deviammo verso Chunchi per una strada bella e pianeggiante. A mezzanotte Chunchi era in vista, quando improvvisamente mi trovo con la mula sprofondato in un terribile pantano. Il paziente animale mi dà tempo di svincolarmi dalle staffe, e ravvoltolandomi nel fango mi permette di aggrapparmi ad un cespuglio, e poi incomincia una lotta furibonda sferrando calci da ogni parte, calci mortali. Dietro di me il povero indio pieno di sonno non comprende le mie disperate grida ed esso pure non può trattenere la mula, la quale sprofonda con le casse nella melma fatale. La situazione era tragica: i fiammiferi eran diventati inservibili, la mula mandava gemiti, il povero indio piangeva come un bambino, io non mi volevo rassegnare a perdere in un istante e a pochi metri dalla ferrovia un materiale che mi era tanto costato e che avevo custodito attraverso pericoli e precipizi ben più gravi. Invocammo perciò con fede la Vergine Ausiliatrice, e, legata una corda ad un macigno, ci avvicinammo alla mula ormai immersa completamente nel fango ed immobilizzata. A tastoni, con sforzi sovrumani, potemmo in due ore circa svincolare le casse delle lastre fotografiche e metterle al sicuro; tentammo pure di salvare la mula: il mio indio tirava per la corda, io per la briglia, ma più tiravamo e più la povera bestia sprofondava. Le forze non ci reggevano più. Ormai l’aurora s’avvicinava, non ci rimaneva altro che nascondere le casse nel bosco e correre al paese vicino a chiamare aiuto. Così feci, ma tre malviventi assaltarono il mio indio e lo spogliarono di tutto quanto aveva indosso. Più tardi coll’aiuto delle autorità potemmo liberare la bestia, facendo una gran fossa all’intorno, e raggiungere la ferrovia. Arrivati a Guayaquil, mentre tutto il materiale stava esposto in un bel salone a pigliar aria, un brutto ceffo di negro, scavalcato il recinto, nella speranza di trovar oro, era penetrato nella sala proprio verso mezzogiorno, mentre tutti stavano mangiando. Al rumor dei cucinieri riuscì a fuggire rubando tessuti di discreto valore, rispettando però la maggior parte degli oggetti che furono spediti in Italia.

Faticosa opera di ricerca. Ho voluto di proposito intrattenermi a narrare questo episodio con un senso di verismo, affinché più profondamente risaltasse l’alto valore degli oggetti che con tanto amore e con tanta squisitezza il Comitato ordinatore dispose negli ampi locali della prima Esposizione Missionaria Salesiana. Ognuno di essi, venga dalle deserte e gelide lande della Patagonia e Terra del Fuoco, o dalle arse terre del Ciaco Paraguaio, Matto Grosso, Rio Negro, Equatore, o dalle lontane Missioni dell’Africa, della Palestina, dell’India, della Cina, dell’Assam, dell’Australia, del Giappone, se avesse la parola non potrebbe che narrare delle lunghe storie di sacrifizi, di dolori, di terribili lotte superate con una intensa fiamma d’amore.
Quando tre anni or sono il nostro Veneratissimo Rettor Maggiore Don Rinaldi ci mandava le prime circolari annunzianti l’Esposizione Missionaria di Torino, e subito dopo quella di Roma, e quando l’ufficio tecnico presieduto dal Rev.mo Sig. Don Ricaldone ci assillava con una lista interminabile di richieste, assorbiti già da un grande lavoro apostolico, il primo sentimento era un sentimento di sconforto, e molte volte ci sfuggiva qualche prudente riserva di questo genere: ma il Comitato organizzatore di Torino si è persuaso che il materiale bello per le esposizioni è sporadico, scarso, e sparso soprattutto su una superficie di centinaia di migliaia di Km. ? Si è persuaso che le casse non si riempiono come si riempie una cesta di ciliegie staccandole dall’albero, ma che bisogna fare dei giorni, delle settimane, dei mesi alle volte di viaggi duri, penosi, snervanti, per raccogliere cinque o sei oggetti di poco o nessun valore? Non sa il Comitato di Torino che i musei non si creano in un anno, ma che sono opera di paziente e duro lavoro di ricerca, e che un oggetto, per meritare di essere messo in un museo dev’essere raro e che per essere raro raramente succede di trovarlo? Ma a questo sentimento primo, naturale, di sconforto, subentrava subito l’altro grande, magnanimo, onnipotente, il sentimento della disciplina, dell’amore alla causa grande della Chiesa, al Papa, ai nostri Carissimi Superiori di Torino impegnati nella grande opera, e subito si scriveva a caratteri cubitali sulla bandiera delle nostre fatiche il motto: « L’impossibile non esiste »: si deve fare subito, bene, ed in fretta: e si lavorerà per due, per tre, per dieci; invece di fare 20 Km. al giorno, se ne faranno 50, 6o; se non si potrà mangiare un pezzo di pane, si mangeranno delle radici, se non si potrà dormire per centinaia di notti almeno su un miserabile tavolato senza materasso, si dormirà per terra, nella foresta; se non si potrà andare a cavallo, si andrà a piedi; se non ci saranno i sentieri si apriranno, se non ci saranno ponti si improvviseranno, e se qualche tribù di selvaggi è ostile e minaccerà anche la vita, la si affronterà col santo ardore dell’Apostolo e coll’invitta fede dei martiri; vincere bisogna per il Papa, per Don Bosco, per l’Ausiliatrice, e si vinse.

Il linguaggio delle carte geografiche. Passiamo per gli ampi saloni dell’Esposizione, e le centinaia e le migliaia di oggetti esposti vi diranno nel loro muto linguaggio la grande vittoria, l’incredibile energia raccoglitrice spiegata nelle più oscure e impenetrabili foreste. Osserviamo le carte geografiche, i krokis, gli itinerari dei viaggi percorsi da questi pionieri della civiltà che si chiamano i Missionari Salesiani, e nel loro muto linguaggio vi diranno tutta una epopea di sacrifizi, di martiri, di rinuncie, di dolori, di lotte, di sconfitte e di gloriose vittorie. Una piccola linea sulla carta condensa una grande oscura campagna di lavoro. Una piccola macchia, un grande divampare di mirabili opere umanitarie, apostoliche! Forse accanto alle stesse linee, alle stesse macchie, altri segneranno linee di commercio, giacimenti di petrolio, colossali aziende di bestiami, empori di materie prime, passaggi di altri uomini, ma ben altro è lo spirito, ben altra la forza che li trattiene in queste zone inospitali.
Perché, mentre l’interesse, l’amore della gloria, delle ricchezze, del denaro può spingere per le vie del missionario, un’altra forza, grande, sublime, anima l’oscuro eroe di Cristo, l’amore: l’amore ai deboli, agli umili, agli oppressi, agli infermi, il desiderio puro, vivo, disinteressato di elevarli alle alte sfere della vera, dell’unica civiltà, la civiltà cristiana.

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1926 – Don Carlo raccoglie materiale per l’Esposizione Missionaria di Torino e subito dopo gira il Lungometraggio sugli Shuaras.

Oscuro eroe dell’Esposizione.  La festa di Maria Ausiliatrice dell’anno 1924 era l’ultimo giorno che avrei trascorso tra i miei carissimi Kivari d’Indanza. Per diverse settimane, passando la sera e la mattina nella istruzione catechistica intorno ad un altarino improvvisato, trascorrevamo il giorno nella foresta in raccolta di legnami, piante, animali per l’Esposizione: soprattutto poi mi ero preoccupato di mobilitare una decina di frugoletti colla cerbottana a cacciare uccelli, dal più appariscente e ricco piumaggio. Fortunatissimi nella caccia, me ne riserbavano molte specie proprio per la festa dell’Ausiliatrice, proprio per farmi un’improvvisata. Ma ecco che la notte precedente fu uno scatenarsi continuo di piogge e di furiosi temporali, e quale non fu la disdetta dei vispi lupacchiotti, quando al mattino, discesi per passare il fiume, lo trovarono furiosamente cresciuto: improvvisare un ponte era impossibile, passarlo a nuoto cosa pericolosa. Per buona fortuna le acque cominciarono a diminuire, e verso mezzogiorno, uno dei più vispi frugoletti, malgrado la proibizione del papà, impaziente, toltosi l’itipi ed avvolti in esso gli uccelli, si azzardò al pericoloso passaggio; l’acqua gli arrivava quasi alla gola e colle mani alzate tentava di vincere la corrente: facendosi l’acqua più profonda, incominciò a nuotare con una sola mano, ma le onde lo travolsero. Per buona fortuna in quell’istante arrivavano due robusti selvaggi mandati da me ad esplorare la riva: visto il pericolo, si gettano in acqua, salvano  l’incosciente frugoletto che più della vita si preoccupava di non lasciare bagnare gli uccelli. Infatti l’umile eroe, appena fuori dall’acqua, risalì l’erta riva e con gioia infinita mi raggiunse alla Missione consegnandomi i bellissimi uccelli e narrandomi il pericolo corso.
Non potei trattenere le lagrime innanzi a tanto affetto e subito gli regalai un bel vestitino, assicurandolo che i suoi volatili sarebbero stati esposti nel luogo migliore e li avrebbe visti anche il grande Capitano di tutti i cristiani: il Papa.

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Vecchia medaglia di Maria Ausiliatrice già usata da don Bosco e probabilmente da don Carlo.

La medaglia dell’Ausiliatrice. In un’altra escursione verso il Pastaza, facendo catechismo ad un gruppo di kivari, mi accorsi che una donna teneva in braccio un gentilissimo bebè con al collo una collana fatta tutta con denti nivei di un pesce della località. Terminato il catechismo, incominciai il mio assalto da buon collezionista di rarità e presi ad esaminare la collana. Il piccolo bebè mi guardava con due occhioni vivi, attratto dalla barba e rideva ai miei sorrisi. Dal contegno della mamma però mi accorsi che non era disposta a cedermi quella collana. Estrassi appariscenti collane di vetro di Murano e già stavo per fare il cambio, quando improvvisamente compare il marito opponendo un assoluto diniego.
– Perchè non vuoi? – gli domando.
– Vedi, Padre, questa medaglia della Vergine tra i denti di pesce? Me l’ha data un Padre lontano, lontano, dalla lunga barba come te: portando questa il bambino non morrà.
Osservai bene; vidi tra i dentini una medaglietta bianca dell’Ausiliatrice, di quelle da cento per due franchi. Mi commosse profondamente la fede del selvaggio, ed a lui regalai altre medaglie, dispiacentissimo di non poter comprare un oggetto tanto curioso e tanto raro.

Furia selvaggia. Proseguendo nelle escursioni ad Alapicos, verso sera mi sento assalire da una donna, la quale mi dice: – ladrone, ladrone, perché rubasti al mio marito la corona per la testa? che metterà ora nei viaggi e nelle riunioni ? chi più lo guarderà e lo ammirerà ? – Infatti nella mattinata, mentre la donna era assente, avevo comprato, pagandola profumatamente, una bellissima collana fatta colle piume di una ventina di tukani. Rissare coi selvaggi è una gran brutta cosa, ma rissare colle selvagge è un vero inferno. Rinunciai perciò subito alla battaglia ed estrassi da un cassone un bel vestito e lo regalai alla donna, la quale sbarrò due occhi per l’intensa gioia e se ne andò contenta per la bella figura che avrebbe fatto nelle riunioni e nelle feste, senza più pensare alla corona di suo marito.

Significato degli oggetti esposti. Potrei continuare a narrare centinaia di episodi in cui si illustrano altri artefici dell’ Esposizione di Roma e di Torino, artefici umili di cui forse non si è mai parlato, ed a cui deve andare tutta la nostra profonda ammirazione e gratitudine: i selvaggi delle foreste, i quali molte volte hanno esposta la loro vita pur di accontentare il Missionario. Vedendo una pelle di tigre, di leone, di giaguaro, pensiamo ai momenti terribili in cui si svolse la lotta furibonda, lotta che avrebbe potuto costare la vita di un baldo figlio della foresta. Vedendo conservati in pelle o in alcool serpenti velenosi, pensiamo che il più delle volte questi rettili sono documenti di lugubri scene avvenute in paesi inospitali, scene i cui attori principali furono quasi sempre Missionari, o Suore, o selvaggi tanto cari. Ed ogni collana, ogni lancia, ogni uccello, ogni oggetto ci canti nel muto linguaggio l’epopea eroica di sacrifizi di centinaia, di migliaia di selvaggi, ci canti l’amore di centinaia di missionari e di suore immolate in un duro lavoro di elevazione, di sacrifizio, di dolore.
Tra il materiale che tanta simpatia attirò alla nostra Esposizione, e fece passare belle ore istruttive, fu certamente il materiale vivente che animò il nostro piccolo parco zoologico. E perché non ricordare in questo istante il sacrifizio dei pazienti raccoglitori della Patagonia, Matto Grosso, Palestina, Assam, Cina ed Equatore ?

Pappagalli in panciolle. Ricordo che il 13 gennaio u. s., uscito dalle foreste per andare a Cuenca con alcuni pappagalli, ci sorprese un violentissimo nubifragio in piena solitudine. Nessuna casa in vista, nessun tetto; non ci rimaneva che affrontare la furia delle acque ed arrivare il più presto possibile a Cuenca. I pappagalli sono sensibilissimi al cambiamento rapido di temperatura, e se dormono bagnati, in pochi giorni deperiscono e muoiono. Non avendo altro mezzo per ripararli, messa una cintola alla veste, me li posi in seno. Potete immaginarvi che gioia, con tre animali in panciolle dalle unghie pungenti e dal becco tagliente in lotta fra loro, ed in lotta contro di me che li teneva maternamente in prigionia ed al caldo. Non sto a narrarvi le morsicate, le graffiate; eppure anche in quegli istanti poco graditi ci sorreggeva un soavissimo pensiero di amore a D. Bosco, all’Ausiliatrice, ai nostri cari Superiori lontani.
E prima di terminare la storia delle benemerenze, tralasciate le funebri commemorazioni fatte in mare dello scimiotto Martin, del leone, e del cossumbò, rapiti innanzi tempo all’affetto di tanti visitatori, non voglio tralasciare un episodio che riguarda il mio carissimo amico, il Tucano dal becco lungo.

Emozionante cattura di un tucano in pieno oceano. Ricordo solo che il Tucano dal becco lungo sul piroscafo era l’idolo di tutti i passeggeri, coi quali però non volle mai fare amicizia beccandoli tutti di santa ragione. Un giorno proprio in mezzo all’oceano un uomo di colore volle tentare di rubarlo: si avvicinò alla gabbia, cercò di aprirla e l’aperse, ma il furioso Tucano si difese così ferocemente che il nero dovette ritirarsi. Intanto, a gabbia aperta, pensò bene di fare una piccola passeggiata sulla coperta della nave, spiando un punto onde allargare il volo nell’oceano. Per buona fortuna, terminato il pranzo, un ufficiale mi avvisò della fuga dell’uccello. Potete immaginarvi con che gusto appresi la notizia: non mi scoraggiai però, pregai i passeggeri di star fermi. Mi arrampicai sulle corde, ed il furbacchiotto che aveva preso a scherzare con me, invece di fuggire si lasciò prendere tranquillamente pel naso. Il bello si è che dopo pochi minuti incominciò a fare sul serio, ad irritarsi di santa ragione, a beccarmi da tutte le parti minacciando anche di cavarmi gli occhi: nella lotta vinsi e per castigo lo misi nella stiva della nave, e ben chiuso e ben custodito giunse ad abbellire con il suo piumaggio e col suo canto il nostro parco zoologico.

Riconoscenza fraterna. Ho voluto in un modo specialissimo far risaltare la cooperazione dei miei selvaggi e dei Missionari, affinché, nel nostro affetto perenne nessuno sia dimenticato di quanti nelle lontane lande inospitali ebbero un pensiero per Torino; ma permettetemi anche che in questo momento io mi faccia interprete di tutti i loro sentimenti per presentare al nostro Venerato Rettor Maggiore, al nostro Rev. Sig. Don Ricaldone, a tutti i superiori del Capitolo e a tutti i membri del Comitato organizzatore, tutta la riconoscenza, tutto l’affetto, tutta la stima per la grandiosità con cui è stata concepita, allestita, ordinata e condotta a termine questa Esposizione.
Nozze d’oro per i primi Missionari partiti per l’Argentina, ma feste nuziali, feste intime, feste grandiose per tutti i Missionari e per tutte le Missionarie sparse nel mondo, i quali si uniscono, in questi istanti, in un’unica voce riverente e commossa per ringraziare gli artefici che con affetto fraterno hanno voluto documentare la loro umile opera civilizzatrice; per gettare sulle loro oscure fatiche una vivissima luce d’amore e di simpatia; ma soprattutto per ringraziare l’immensa schiera dei visitatori, dai più illustri rappresentanti della società, ai più umili figli del popolo che hanno saputo non solo dare il loro obolo generoso, ma soprattutto dire quella spontanea parola d’incoraggiamento che spingerà i Missionari a centuplicare il loro zelo e la loro mirabile energia conquistatrice.

Verso nuove conquiste. L’Esposizione Missionaria Salesiana si chiude, ma per i Missionari Salesiani si apre un’era di attività e di conquiste che avranno del prodigioso e dell’incredibile. Il Ven. Don Bosco nei suoi mirabili sogni ha intuito il colossale sviluppo dell’opera missionaria dei suoi figli in tutte le parti del mondo e pare quasi che la Divina Provvidenza, come madre amorosa, s’impegni a farli avverare per la salvezza di milioni e di milioni di anime. Centinaia e centinaia di nuove fondazioni nell’immenso bacino delle Amazzoni, dell’Orenoco, del Plata; una rete immensa d’Istituti di educazione nell’India, nella Cina, nel Giappone, nell’Australia; ovunque sarà un rifiorire di mirabili opere di amore, di fede, di sacrificio per la redenzione ed elevazione di centinaia di popoli giacenti nelle più oscure tenebre dell’errore, ovunque sarà un ingigantirsi dell’albero mistico della Congregazione Salesiana, alla cui ombra benefica si assideranno le nuove generazioni cristiane. Noi Missionari ogni giorno pregheremo Iddio, affinché aumenti sempre più nei nostri cuori il vero spirito apostolico, affinché ingigantisca quella vera fede dei santi che converte e vince, affinché renda una seconda natura lo spirito di sacrificio che s’immola fino al martiri e fino alla morte. Voi accompagnateci in questo sforzo supremo con la preghiera, coi sacrifici e col vostro obolo, sicuri che col cooperare ad estendere agli ultimi confini della terra il nome dell’Ausiliatrice e del suo fedel servo Don Bosco, si compie una squisitissima opera di fede ed una modernissima opera di Redenzione civile.

Dopo l’applauditissimo discorso del missionario Don Crespi, la cerimonia si chiuse con il canto dell’Inno Missionario.

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