La escursione tra i Kivari (Bollettino Salesiano n. 10 del 1926)

Il 1 maggio 1925 deciso di far una ricognizione completa ai confini nordici del nostro Vicariato rimasti fino allora inesplorati dai missionari salesiani, arruolati una decina di indios cacciatori pratici degli oscuri labirinti delle foreste e delle pericolose insidie e sorprese che vi si nascondono, caricati l’altar portatile, il grammofono, le macchine fotografiche e i viveri sufficienti, passato l’Upano, ci slanciammo nelle valli del Morona e Pastaza. Lascio gli episodi or tristi or lieti di una settimana di missione per zone inospitali. Il giorno 9 arrivammo nella bellissima pianura del Pastaza ed al Palora suo spaventoso affluente, il cui letto incassato fra due pittoreschi muraglioni si estende per alcune centinaia di metri. Disceso con fatica il primo muraglione e passati a guado con stenti orribili i primi violenti canali, ci attendeva l’ultimo di essi profondo e rumorosamente veloce.
Il vulcano Shangai, alto più di 5000 metri, s’ergeva principe sulla colossale cordigliera andina coperto del suo ammanto di neve e vomitante una tetra e spaventosa colonna di fumo; grossi nuvoloni in breve lo copersero in un tragico e misterioso ammanto, foriero di tempesta; urgeva il passo.I miei uomini incominciarono a lanciare lunghe e prolungate grida di soccorso e di aiuto agli indios della riva opposta, sparando colpi combinati di fucile, ma il vento tutto disperde inutilmente. I viveri erano stati esauriti e pericolosissimo sarebbe stato rifare il cammino compiuto. La situazione era disperata, ma l’Ausiliatrice dei missionari vegliava maternamente: l’invocai con fede e subito uno dei selvaggi mi si avvicina e dice: « Padre, e come potrò io permettere che tu venga travolto dalle onde? Tu prega il tuo Dio ed io nuotando raggiungerò l’altra riva, radunerò gente e colla canoa ti salverò ».
La moglie che gli stava accanto stringendo al seno un bellissimo bambino fissava negli occhi il marito come per dirgli: ma tu vai incontro alla morte, non vedi come l’acqua è minacciosa? Ma il selvaggio gli rispose: non morrò, il padre pregherà, e subito scomparve tra i macigni della riva esplorando l’infuriar delle onde. Il torrente era ancor limpido azzurro e pur tanto terribile nella sua furia travolgente. Dopo pochi minuti d’attesa il selvaggio si è gettato in acqua; colla forza incredibile dei suoi poderosi muscoli, come leone lotta contro la corrente contraria: l’ha già superata per due terzi, quando improvvisamente un cavallone schiumeggiante lo innalza come un fuscello, lo vince, lo trascina. La donna manda un urlo disperato e intona piangendo una lugubre nenia di morte, gli altri selvaggi alzando le loro lance con altissime parole di disperazione coperte dal rotolare dei macigni del fondo intuiscono la orribile fine. L’istante è tragico; con fede viva chiedo all’Ausiliatrice il miracolo ed improvvisamente il selvaggio s’erge in piedi tra l’infuriar delle onde; un provvidenziale banco di sabbia, come nascosto isolotto di salvezza, gli aveva permesso di riprendere per un istante le perdute forze. Dopo cinque minuti di angosciosa attesa ripiglia il nuoto, di nuovo pare vinto per un istante, ma una corrente benefica lo getta in un braccio morto che gli permette di raggiungere la terra. Il miracolo era compiuto.
La buona sposa quasi impazzita dalla gioia bacia le paffute guance del suo bebè ed i selvaggi erompono in altisonanti discorsi di ammirazione. L’eroe vittorioso scompare tra la folta vegetazione dell’alto muraglione, e dopo pochi minuti una turba d’indigeni portano a riva una robusta canoa, la gettano in acqua, passano il canale e mi corrono incontro colla più viva manifestazione di giubilo. Diedi subito loro per regalo una bellissima medaglia dell’Ausiliatrice benedetta dal Santo Padre. « Padri curanda vinita canusa cajen iti ». Padre, mi disse il capo, vieni subito, il fiume è rabbioso. Mi gettai subito pancia a terra nella canoa per non essere travolto e dopo pochi minuti il salvataggio era completo, mentre incominciavano le prime onde giallastre foriere di una spaventosa piena.
Risalimmo il muraglione, ed arrivato alla prima capanna, subito, coi più bei fiori e colle più belle palme feci costruire un bellissimo altare e tra luci di cera vegetale, tra torce fantastiche di resine ed essenze odorose della foresta esposi un’immagine della Vergine SS. Ausiliatrice. Loro parlai dello strepitoso miracolo compiuto col salvare dalle onde di morte un loro valoroso campione, e loro dissi che venivo da un paese lontano, lontano, dove centinaia di uomini numerosi come le formiche si accerchiavano intorno ad un altro bellissimo altare della Vergine Ausiliatrice, che là v’è un vecchio venerando che vuol molto bene ai Kivari e che mi aveva mandato per regalare delle belle cose e per insegnar loro la via del cielo.
I selvaggi sembravano profondamente commossi; voleva incominciare la prima lezione del segno di croce, ma intuiti gli stimoli della fame, li lasciai liberi.
Sorbita una tazza di acqua calda con un poco di zucchero ed ingoiati alcuni banani, stese alcune foglie per terra ed adagiato come cuscino un tronco d’albero, mi concentrai in profonda meditazione, mentre gli uomini come ossessi commentavano l’epico salvataggio, e qualche rapacchiotto furtivamente veniva ad accarezzarmi la morbida barba rossa.

Così terminò quella tragica giornata; ma la figura di un selvaggio così bello, così perfetto nelle forme slanciate della poderosa muscolatura, che non conoscendomi ancora, si slanciava generosamente tra le onde di morte per salvarmi da una disperatissima situazione, ci fa riflettere troppo profondamente e ci fa dire se non è tempo di fare una revisione completa dei pregiudizi contro un popolo primitivo che non fu finora descritto se non come un eterno assassino e fabbricatore di tzantze ed un ributtante divoratore di ciccia masticata dalle donne…

Don CARLO CRESPI. Missionario Salesiano.

Condividi