Le Esplorazioni nell’Oriente dell’Ecuador (parte prima da “Siervo de Dios Padre Carlos Crespi Croci …”)

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P. Crespi con P. Del Curto in piroga con coloni e indios shuar

Con l’incarico ricevuto cominciò la raccolta degli oggetti per l’Esposizione Missionaria Mondiale, da celebrarsi a Roma, in occasione dell’Anno Santo (1925). Terminata a Castelgandolfo, l’Esposizione di trasferì a Torino per commemorare solennemente i primi cinquant’anni delle missioni salesiane. Per portare a termine questa fatica, P. Crespi mise in pratica tutte le sue conoscenze universitarie, soprattutto nella raccolta dei minerali, della flora e della fauna. Tuttavia andò oltre e cominciò a entusiasmarsi per i temi etnografici e archeologici che, in seguito, assorbiranno molto tempo della sua lunga vita.

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Vista sulla chiesa centrale di Gualaceo

Dopo un primo percorso di tre mesi, che iniziò da Cuenca, don Carlo passò per Gualaceo e Indanza fino ad arrivare al rio Santiago, percorse la valle del rio San Francesco, la laguna di Potococha, Tre Palme, culebrillas, Potrerillos (la località più in alto, a 3800 metri s.l.m.), il rio Ishpingo, la collina di Puerco Grande, Tinaajillas, Zapote, la collina di Puerco Piccolo, Pian di Miracolo e Pianoro. In ognuna di queste località raccolse materiale per poi seccarlo e inserire nelle diverse rcollezioni. Tutto catalogò e registrò in vari taccuini da campo e documentò con numerose fotografie.
Fece una seconda esplorazione lungo la Limon, quella di Peña Blanca e Tzaranbiza, e lungo il sentiero di Indanza.
Come si può dedurre, le esplorazioni di don Carlo nell’Oriente ecuadoriano furono difficili perché vi erano solamente delle mulattiere, oltre a precipizi, condizioni climatiche inospitali, belve pericolose, serpenti mortali e malattie tropicali e, a tutto ciò, poi, si aggiungeva il pericolo di attacchi da parte degli indomiti abitanti dell’Oriente.
Superando tutte queste difficoltà, don Carlo riuscì a raccogliere 600 varietà di coleotteri, 60 uccelli imbalsamati dal bellissimo piumaggio, muschi, licheni e felci. In totale Padre Crespi riescì a studiare 200 specie locali, assieme al professor Roberto Bosco, il quale esaminò non soltanto i campioni raccolti da lui, ma anche quelli raccolti dai botanici Allioni e padre Sodiro, trasformando il suo lavoro in una tesi di dottorato, per laurearsi  in Scienze Naturali presso l’Università di Torino nel 1938. Utilizzando le sottoclassificazioni dei luoghi percorsi dai naturalisti, seguendo P. Sodiro, trovò 21 felci della zona tropicale che si trova sotto gli 800 metri s.l.m.; 72 a quella sub-tropicale che si trova tra gli 800 e i 1500 metri s.l.m.; 102 alla zona sub-andina che si trova tra i 1500 e i 3400 e 19 a quella andina, che supera i 3600 metri s.l.m.
In questo stesso periodo P. Crespi cominciò ad elaborare un docmento sulla cultura shuar e a scrivere articoli e saggi sull’Oriente.
Le specie maggiormente degne di nota studiate da Roberto Bosco, e che qui si riportano, perché alcune hanno preso il nome da padre Crespi, sono le seguenti:

  • Loxomopsis Lehmannii Hier, della specie Glabra, individuata a Indanza a 900 m s.l.m..
  • Loxomopsis Lehmannii Hier, della specie Crespiana, individuata nei pressi del Plan de Milagro, a circa 1.500 metri di altitudine.
  • Dryopteris Crespiana, individuata sul Plan de Sapote, a circa 2.100 metri di altitudine.
  • Dryopteris Vaccanea, individuata sul Plan de Sapote, a circa 2.100 metri di altitudine.
  • Polybotria Crespiana, individuata a Indanza, a circa 950 metri di altitudine.
  • Asplenium Mattirolli, individuata sul Plan de Milagro, a circa 1.500 metri di altitudine.
  • Jamesonia Crespiana, individuata a Gualaceo e Culebrillas, tra i 2.200 e 2.500 metri di altitudine.
  • Adsintum Crespianum, individuata a Indanza, a circa 960 metri di altitudine.
  • Polypodium Tonelli. Diversi esemplari sono localizzati sul Plan de Sapote e sul Plan de Milagro, tra i 2.100 e i 1.500 metri di altitudine.
  • Polypodium Allioni, localizzata sulle colline di Potrerillos (3.500 m) e sul Plan de Sapote (2.100 m).
  • Polypodium Crespianum, localizzata sul Plan de Sapote, a 2.100 metri di altitudine.
  • Blechnum Volubile Kaulf, della specie Milagrense, individuata Plan de Milagro, a 1.500 metri di altitudine.
  • Gleichenia Salesiana, individuata sul Plan de Sapote e sul Plan de Milagro.
  • Gleichenia Crespiana, individuata sul Plan de Milagro.

Queste ed altre specie sono conservate nell’erbario del Liceo Pedagogico don Bosco di Torino.
Come si evince da quanto appena espresso, fin dai primi itinerari, Carlo Crespi non si limita ad ammirare, ma raccoglie, classifica, appunta, fotografa, filma e documenta qualunque cosa attragga le sue attenzioni di studioso. Questo è quel mondo magnetico che già gli vibrava nel cuore ancor prima di arrivarci e del quale così scriveva il 19 marzo del 1922: “In questi giorni una voce nuova, insistente, mi suona nell’animo, una sacra nostalgia dei paesi di missione; qualche volta anche per il desiderio di conoscere in particolare cose scientifiche. Oh Signore! Sono disposto a tutto, ad abbandonare la famiglia, i parenti, i compagni di studi; il tutto per salvare qualche anima, se questo è il tuo desiderio, la tua volontà”.
Anche gli indios, che i suoi confratelli fino a quel momento hanno considerato soprattutto come selvaggi da restituire a salvezza, sono da lui considerati in un ottica antropologica e culturale, con il dovuto rispetto per le loro tradizioni, usi e costumi. A conferma di tale atteggiamento nei confronti dei Kivaros, riportiamo il brano che segue, da lui scritto dopo un’esperienza fatta tra gli stregoni di Arapicos.
“Molto si è parlato delle difficoltà di questa missione ed io non voglio nascondere che il Kivaro, il quale non fu mai dominato militarmente, né dagli ìncas, né dagli spagnoli, né dagli ecuadoriani, è fiero e superbo della sua libertà e dimostra quasi un disprezzo per tutto ciò che non è esclusivamente retaggio della sua tribù. La prodigiosa fertilità della terra, che abita, ed il clima invidiabile, lo rendono quasi sprezzante della nostra opera caritativa. La libertà stessa dei costumi e la mancanza di un culto lo rendono quasi insensibile alle dolcezze della nostra religione.
 Però, più si studia da vicino, e più ci si convince che, pure essendo un albero silvestre, su di lui si potrà certamente innestare con efficacia il buon virgulto di Cristo.
La festa del Corpus Domini dell’anno scorso mi trovavo in missione tra i selvaggi1 di Arapicos. Nella sera precedente era arrivato alla Kivaria del Ciriapa un loro capo; mi accorsi che il poveretto era infermo e che già gli stregoni si tenevano pronti per curarlo. Per non destare sospetti, facendomi vedere molto stanco, stesi per terra alcune foglie di banano, mi ci sdraiai sopra, facendo finta di dormire. Gli stregoni, credendomi addormentato, spenti i lumi, incominciarono la loro cura a base di invocazioni, di scongiuri, di strilli, e di sputi che durarono tutta la notte. Verso l’aurora, cessato l’effetto del narcotico, se ne andarono; ma io rimasi così seccato e sopratutto così inorridito da tali pratiche superstiziose e selvagge, che, fatto innalzare l’altarino per la Santa Messa, tenni loro una lunga istruzione sulla necessità di usare delle vere medicine per guarire, e nei casi difficili di ricorrere alla Vergine Santissima Ausiliatrice. Prima di partire, regalai loro alcune immagini della Celeste Patrona che io, con fede viva, avevo fatto deporre sulla tomba di San Pietro in Roma.
Verso sera ripartii per un’altra kivaria, e, radunati i bambini, incominciai ad istruirli sulla Passione di Cristo. Intanto s’era fatto scuro. Sorbito un po’ di brodo, mi ero sdraiato per terra stringendo la corona del Rosario. Ma non potevo pigliar sonno. Avevo un triste presentimento. Infatti, verso mezzanotte odo in lontananza una voce lugubre, straziante e prolungata di donna: « Il Kivaro Mascianda sta per morire! ». Sveglio i selvaggi; una donna sale all’aperto, e, mettendo le mani alla bocca in forma di tromba, intreccia un dialogo.
 Che era successo? Uno degli stregoni, malgrado la mia predica, volle sfidare la fede, e, fatti i soliti scongiuri, appena ingoiato il narcotico, ebbe un assalto epilettico, stramazzò al suolo tramortito con la bocca spalancata, con gli occhi fuori dell’orbita. Le donne spaventate gridavano come ossesse; io volevo discendere per assistere l’infermo. La mia fedele guida si rifiutò assolutamente d’insegnarmi la strada, dicendomi che gli stregoni mi avrebbero accusato di essere io la causa di quella morte, e che forse avevano ordito un tradimento. Consigliai di far trasportare l’infelice alla casa paterna, e, alla prima aurora discesi. Quale non fu la mia meraviglia, quando, penetrando all’improvviso nella casa del sinistro, vidi che i selvaggi avevano raccolto tutte le immagini dell’Ausiliatrice, e che, appesele ad una stuoia, le avevano circondate di fiori ed illuminate con torce di resina forestale.
 Mentre le donne attendevano alle faccende domestiche, due selvaggette con le mani giunte pregavano come avevo loro insegnato al mattino precedente. A questa vista rimasi commosso. Non potei trattenere le lacrime. Invitai i due angioletti ad Innalzare una fervida preghiera alla Vergine. Pochi minuti dopo giungeva la notizia che lo stregone era rinvenuto. La Madonna aveva voluto fare la grazia completa. Lo stregone, da quel giorno, si fece amico sincero dei Missionari
.
Carlo Crespi, da Cuenca, si spinse varie volte nella foresta. Alla fine di novembre, fu a Guadalaquiza. (Da Sigsig sono 75 chilometri di mulattiere, da percorrersi a dorso di mulo). Già vi erano alcuni centri abitati e piccoli avamposti missionari: Granadillas, Chigüinda, Aguacate, Rosario, Cuchipamba. A Gualaquiza la missione era appollaiata su una collina, disponeva di una cappella, di una residenza semplice, un ricovero per shuar, una piccola scuola e minuscoli laboratori di carpenteria e meccanica. Poiché per don Carlo era indispensabile aprire strade e costruire ponti, la sua opera non fu soltanto religiosa, ma introdurrà elementi culturali finalizzati al progresso. Mediante gli aiuti governativi ricevuti dall’Italia e dall’Ecuador, egli importò a più riprese dal suo paese natale utensili e macchinari, approfittando di ogni occasione favorevole per procurare materiali; come nel 1927, quando proiettò il suo documentario ad Ancón, nella penisola di Santa Elena (già provincia del Guayas) su invito della compagnia anglo-ecuadoriana Oil Fields. In tale circostanza vide alcuni cavi di acciaio, utili per la costruzione di un ponte sul fiume Paute, nell’Oriente; chiese di poterli acquisire ottenendone, non solo una risposta favorevole, ma anche una somma in denaro e i mezzi per effettuare il trasporto. Più difficile si rivelò il trasporto dal terminale ferroviario di Chanchán (nella provincia del Chimborazo) fino alla missione di Mendez (oggi provincia di Morona Santiago). Questa impresa richiese diciassette giorni e l’utilizzo di numerose persone per le pessime condizioni dei sentieri. Tuttavia riuscì a realizzare l’opera che si era prefissa con la costruzione di un ponte largo ottanta metri. Per qualche tempo diresse la missione di Macas. Tuttavia, con o senza tale responsabilità della direzione, concentrò i propri sforzi a favore di questa popolazione indigena.

CONTINUA LA SECONDA PARTE>>

  1. Ogni qual volta nei suoi scritti ricorrerà il termine «selvaggio» egli non intende esprime un giudizio negativo, ma riferirsi al senso etimologico del termine, ovvero «abitante della selva». []
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