Lettera di Padre Crespi al Rettore Maggiore (Resoconto del suo viaggio da Guayaquil a Quito – maggio 1923)

P. Crespi sul Piroscafo_0006
Don Carlo a bordo del Piroscafo “Venezuela” – marzo 1923

 

Amatissimo Padre,

Mentre il Condor volteggia maestoso sulle pendici dei giganteschi vulcani, innalzantisi verso il cielo in una candidissima veste di neve, mentre il vorace Coccodrillo sulle rive del Guayas nella putrida melma, sonnecchiando, si bea degli ultimi raggi solari ed il Giaguaro, nell’immensa foresta, emette il terribile grido vespertino, ammonitore dell’insaziabile sua fame, e tutta l’innumerevole schiera dei serpenti, dal boa colossale alla vipera insidiosa, s’apprestano alla giornaliera opera distruggitrice ed avvelena-trice, il mio saluto commosso, cordiale. Non può immaginare quante cose avrei a dirle del lungo viaggio attraverso l’Atlantico ed il Pacifico, e soprattutto sulla traversata di quasi tutto l’Equatore, dalla tropicale Guayaquil alla temperata Quito, e come tante, tantissime volte, rapito nella sublime contemplazione della natura mi sono sentito schiacciato dall’Onnipotenza creatrice di Dio, umiliato innanzi alla vista di un mondo nuovo, ancora quasi completamente dalla scienza inesplorato. Veramente l’Ecuador offre al diligente osservatore meraviglie sopra meraviglie, bellezze sopra bellezze. L’alpinista qui trova un campo vastissimo d’escursioni, lo scienziato materiale inesplorato, il missionario un lavoro fecondo. Mi limiterò ad alcune osservazioni su ciò che di più caratteristico colpisce lo straniero in questa piccola Repubblica, grande di eroismo. Dal Guayas a Guayaquil. Lasciando il Pacifico e risalendo in alta marea il maestoso Guayas, subito lo sguardo rimane colpito dalla prodigiosa vegetazione delle sponde: platani colossali, manghi sviluppati, aranci, grande varietà di palme. Fissate l’occhio nella torbida onda e subito rimarrete colpiti dalle numerose schiere di delfini, assai più sviluppati di quelli dell’Atlantico e del Mediterraneo, e sfidanti la velocità del piroscafo con ritmiche capriole, come squadre di sottomarini. Non mirate gli orribili pescecani e neppure i pesce-spada, assai rari, guardate invece l’esercito immenso di pellicani solcanti l’onda e con velocità sorprendente caccianti l’incauto pesce che appare alla superficie.

Schermata 2015-05-01 alle 21.19.01
Il porto di Guayaquil negli anni ’20

La perla del Pacifico. Il piroscafo intanto lentamente vi ha condotti innanzi a Guayaquil, la perla del Pacifico, la città delle belle chiese, del lavoro febbrile, del commercio del cacao, zucchero, banano, e dei famosi cappelli Panama. A pochi metri dalla spiaggia il Collegio Salesiano Cristobal Colon con una magnifica chiesa in costruzione, all’altro lato della città l’Orfanotrofio Santistevan. Siamo in pieno clima tropicale: il termometro non discende mai sotto i 19 gradi e non sale mai sopra i 35 gradi: due stagioni solamente. L’estate secco, arido e senza una goccia di pioggia, ma con una ristorante brezza marina da maggio a dicembre; l’inverno con un caldo soffocante, con piogge periodiche e con un imperversare di zanzare ed altri piccoli insetti, delizia e meraviglia dello scienziato e del collezionista, tormento certo poco gustoso del passeggero, che molto volentieri farebbe a meno di tanti animaletti, uno più curioso ed interessante dell’altro. Volete pigliarvi la soddisfazione di vedere in America dei colossali coccodrilli di più di sei metri? risalite per poco gli affluenti del Guayas e vedrete dei magnifici esemplari del Crocodilus Occidentalis, accoccolati nella melma.

Mirate attentamente tra il folto fogliame della sponda e vi colpiranno pure delle meravigliose Iguane di circa un metro di lunghezza. Se siete curiosi di vedere il famoso Basilisco, abbiate pazienza; fate due passi nella foresta, naturalmente colla massima precauzione per non pestare la coda di una delle tanti serpi velenose, e ne vedrete dei leggiadrissimi, di un vivissimo color verde, tranquilli, pacifici, assolutamente inoffensivi. Se siete fortunati nelle vostre ricerche, non vi sfuggirà la vista di una graziosissima lucertolina l’Ameiva vulgaris, di un nero lucente, con punti azzurri e gialli. Per carità non datevi conto delle centinaia di migliaia di farfalle, che con ritmi e movimenti bizzarri vi circolano intorno: le migliori irradiazioni dell’iride dal supremo Artefice magnificamente intrecciate danno al vostro occhio un’impressione gradevolissima: bianchi leggiadrissimi con punti neri, verdi smeraldo, azzurri, rossi scarlatto, ed un’infinità di gradazioni dal giallo dorato al violetto lucente. Il piumaggio degli uccelli è meraviglioso: dal rosso del comunissimo Cardinale, al nero cupo del Gallinazo o catarstes atratus, rapace, fornito di un odorato finissimo, vero spazzino della città, chiamato foeteus, perchè ha una predilezione grandissima per i cavalli e i cani putrescenti. Nella notte poi in un trionfo magnifico di stelle dell’uno e dell’altro emisfero colla brillantissìma Croce del Sud un fenomeno curiosissimo che facilmente potrà trarvi in inganno. Nell’Ecuador tutto è colossale, e le lucciole, dall’addome fosforescente, non solo timidamente volano rasente terra, ma s’innalzano tra il vigoroso palmizio di cocco e con movimenti rettilinei vi danno la bellissima impressione di stelle cadenti: moltissimi stranieri restano veramente ingannati. Persino le blatte sono esageratamente sviluppate. Aprite un armadio con un po’ di farina, e le vedrete correre in tutte le direzioni, vivaci, grosse il triplo di quelle europee.

Chimborazo 2015-05-04 alle 14.22.16
Vulcano Chimborazo

Verso la capitale. Ma è ormai tempo di abbandonare la città: se avrete la sfortuna di arrivarvi d’inverno, è assolutamente necessario muovervi. Il magnifico Cimborazo vi invita: il mostro gigante, che s’innalza a ben 6100 metri e che supera di ben 3000 metri le più alte cime della sierra, vi si profila nell’immenso orizzonte in un copioso ammanto di neve: se riuscite a scorgerlo dal mare ditevi fortunati, perchè è bello, è grandioso, è sublime, ma raro, prezioso. Le nubi, gelose molte volte, troppe volte, lo nascondono nella loro veste cinerea. Via quindi da Guayaquil e subito ai monti. Una ferrovia, una delle più alte del mondo, vi trasporta fino alla capitale, a Quito. Se non vi viene il male della montagna, se l’ardente calore non vi ammazza, gustate tutta la natura nel suo magnifico splendore. Nella zona palustre nidi grossi di formiconi tra i rami degli alberi, eserciti immensi di uccelli acquatici, farfalle dai più variopinti colori, ninfee magnifiche, salvinie, ecc. Poco per volta si profilano le caratteristiche coltivazioni tropicali: banani giganteschi, aranci frondosissimi, canna da zucchero, juca, ananasso e, nel bosco, bianchi fiocchi che vi indicano lo sviluppo dei cotone selvatico; più in alto il cacao, la pianta principe, il vero oro dell’Ecuador nei secoli passati, ed ora purtroppo deprezzato da una concorrenza fenomenale all’estero.

Nel cuore della foresta. Il treno cammina, cammina; e, senza accorgervi, v’interna nelle gole dell’alta montagna, nella zona delle foreste vergini. Lo scrosciare spaventoso dei torrenti dalle curve più bizzarre, le ripide cascate di centinaia e centinaia di ruscelli che s’abbassano a valle, picchi inaccessibili, magnifiche palme che preziosissime sarebbero nei migliori giardini europei, anturium, dalle foglie larghe un metro, centinaia di bromegliacee fiorenti sugli alti alberi, splendidi liane come lunghi cordoni di navi innalzantisi dall’umida terra all’alta cima, passiflore e tasconie dai fiori vivissimi, e migliaia e migliaia di piante sparse nell’impenetrabile foresta ed ognuna in lotta gigantesca coll’altra per innalzarsi e far brillare nel libero cielo il magnifico fogliame e la caratteristica fioritura: ecco la natura nel suo massimo splendore. Benedetto sia Iddio che tante cose ha create!

Schermata 2015-04-25 alle 21.20.44
Il monte “Nariz del Diablo”.

La ” Nariz ” del diavolo. Saliamo, saliamo ancora: la magnifica vegetazione si fa meno lussureggiante; agli alberi succedono gli arbusti. Il ricino, da cui si estrae un olio già famoso in Italia, nell’Ecuador cresce spontaneo ed è un bell’alberello legnoso di alcuni metri di altezza. Osservate per terra: il colore dei fiori incomincia a divenire più uniforme, predomina un giallo vivace, segno di stanchezza. La macchina del treno, pure, dà segni di stanchezza, si prepara a fare una pericolosa salita, la famosa Nariz (il naso) del diavolo, monte a picco in forma di naso. Il treno sale lentamente, lentamente, e questa lentezza vi riempie di uno spavento, di una suggestione glaciale. Non osservate fuori del finestrino: un orribile abisso vi si para dinanzi. Non pensate che il freno potrebbe rompersi, che un carrozzone potrebbe staccarsi dalla locomotiva e, nella corsa vertiginosa lungo le rotaie, trascinarvi e massacrarvi nella valle…

La regione del Cimborazo. L’aspra salita è compiuta: l’aria si fa più fresca, la vegetazione sempre più scarsa. Siamo vicini al magnifico Cimborazo a quota 3000 metri, ed il colosso s’innalza ancora, ed è alto, altissimo. Appuntate un binoccolo e vedrete qualche Condor che volteggia sulle pendici, vedrete un ghiacciaio colossale con un’orrenda spaccatura e nascondente chissà quale precipizio. Il treno cammina ancora rimanendo ad una quota di circa 3000 metri e percorre il grande altipiano andino: lasciate la gentile città di Riobamba con una bella chiesa salesiana in costruzione, ed osservate la nuova vegetazione: il terreno è coltivato. Oh non cercate quassù il mais dalle pannocchie da terra promessa, l’erba medica sviluppata, il lupino, il frumento, l’orzo in produzione rigogliosa! Li troverete certo in qualche azienda, o fattoria, più lontana dalla ferrovia. Discendete dal treno, pigliate una manata di terra: è nerastra; è la cenere che le imponenti e relativamente recenti eruzioni vulcaniche hanno rovesciata a tonnellate, rendendo impossibile una pronta coltivazione.

Schermata 2015-05-12 alle 22.08.41
Tunguragna in eruzione

La regione di Tunguragna. Avanti ancora un poco e vi si profilerà un altro colosso, il divino Tunguragna, ancora in eruzione. Com’è magnifica, com’è stupenda la vista di questo gigantesco colosso, innalzantesi ben 3000 metri sopra tutta la immensa cordigliera delle Ande, rivestito di neve e con un pennacchio di fumo a volte di nero carico, a volte leggero, mandante ogni tanto bellissimi riflessi infuocati, che nella notte gettano una luce rossastra, sempre sinistra, sempre insidiatrice, sempre minacciosa di chissà quali spaventosi fenomeni tellurici. Strati immensi di ceneri, bombe colossali gettate dalla potenza eruttiva a centinaia di metri, chilometri e chilometri di lava andesitica, recente ed antica, vi diranno tutta la maestosità dei fenomeni tellurici susseguitisi nei secoli. Nell’alto altipiano della Sierra, non cercate la vegetazione lussurreggiante: una graminacea di un color grìgiastro, Stipa Ichu, vi si distende per chilometri fin quasi alla regione delle nevi.
Arrivati ad Ambato, la gentilezza insistente dei contadini vi offrirà per pochi soldi qualche grappolo d’uva, non certo come quella delle feraci colline piemontesi; fragole grossissime, ma di un sapore un po’ agro, pere, mele. Qui non si vende al minuto; bisogna comperare addirittura un canestro di alcuni chili; siate quindi compiacenti; prima di arrivare a Quito, avrete con che far passare il tempo. Un botanico però ha da che perdere la testa: ogni decina di chilometri incontra novità, meraviglie. In mezzo alla natura del triste panorama e lontano dai centri abitati, bellissime gigliacee, composite curiose, solanacee arboriformi; e, rampicante sugli arbusti, una liana dagli smaglianti colori rossi, la tasconia, nelle sue differenti specie. Delle fucsie esistono bellissime varietà. Sulle rocce umide, larghissime incrostazioni verdi: è la fegatella stellata, una graziosa crittogama. Intorno alle case s’erge maestoso, gigante, l’eucaliptus. Che magnifica pianta sempre verde, che preziosità per la sierra, così povera di legname da costruzione!
Siamo arrivati nei dintorni di Quito. Boschi interi di questo prezioso albero la circondano da ogni parte. L’eucaliptus, che arriva anche a 40 metri di altezza, serve, oltre che a costruire case e fornire legna da ardere, a curare alcune malattie, tra cui le affezioni pettorali per la preziosa essenza di Eucaliptol che contengono le foglie.

Quito - Cotopaxi 2015-05-04 alle 14.19.04
Quito con il Cotopaxi sullo sfondo

Quito. Quito, una delle più alte città del mondo, vi offre un soggiorno delizioso: magnifiche le chiese, ricche di quadri di valore, preziose le biblioteche dei religiosi e dei privati, e sopratutto la Nazionale; interessanti sopratutto le viste panoramiche dei vulcani. Il Pichincho è, a poche ore di strada; il Corazon, l’Illiniza, il Caiambe la rallegrano colle loro bellissime cime. Fate poche ore fuori della città, sulla strada della Maddalena, e vi apparirà il Colopaxi in tutto il suo splendore: un gran cono, geometricamente quasi perfetto, ricoperto da un candidissimo ammanto di neve. Ora riposa nella gelida veste; pochi anni or sono diede uno degli spettacoli più maestosi di attività. Fate pochi passi lungo le grandi spaccature aperte dai torrenti, e potrete comodamente raccogliere felci, tasconie, fucsie, solanacee arboriformi. Prodigiosa sopratutto è la vegetazione dei muschi: alle falde del Pichincho, ne potei raccogliere ben 20 specie sulla corteccia di un vecchio albero. I fichi d’India, i cactus, e sopratutto l’agave americana, coltivata come confine tra aziende particolari e sfruttata per la fabbricazione della corda, vi diranno che siamo in un paese tropicale, con una media di temperatura di 12 gradi. Lungo le strade mulattiere e nelle profonde valli incise splendidi ceppi di arundo nitida con spighe meravigliose. Salite le falde del Pichincho ed incontrerete campi coltivati fino a quasi 4000 metri con mais, frumento, orzo, e sopratutto patate. Volete ricrearvi l’animo? Passate alcune ore all’Alameda, ove esiste il magnifico Osservatorio Meteorologico ed astronomico, fondato dal celebre Garcia Moreno, circondato dall’orto botanico, fondato dal non meno celebre Padre Sodiro, gesuita. Pochi minuti di strada vi portano al Collegio Salesiano di Quito, con buone Scuole professionali, con un nuovo e fiorente Oratorio festivo. Nella chiesa un prezioso ricordo: il quadro di Maria Ausiliatrice, donato da Don Bosco morente ai primi salesiani partenti per l’Ecuador e l’eco dell’ultima parola del nostro Fondatore: « Benedico Quito, la città del Sacro Cuore! ».

Sac. Dott. CARLO CRESPI Missionario Salesiano.

 

Condividi